Gratteri nel mirino della ndrangheta

La notizia è grave anche se prevedibile: la ndrangheta ha condannato a morte Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro in prima linea contro la mafia calabrese. 

La situazione ha raggiunto un punto critico (basti pensare all'ultima inchiesta che ha portato all'arresto di 334 persone) a tal punto che le ndrine, solitamente propense al compromesso e contrarie ad attaccare frontalmente lo stato, hanno deciso di passare all'offensiva.

In alcune intercettazioni del 2018 dicevano di Gratteri che "uno di questi è ad alto rischio ogni secondo, un morto che cammina".

Ma non sono solo le ndrine calabresi, coalizzate, contro il procuratore: è un intero sistema deviato che sta cercando di isolare il magistrato, da una parte dei suoi colleghi che lo ritengono "eccessivo nel suo protagonismo", sino alla politica che fa campagna elettorale sulla sua pelle per poi abbandonarlo, fino alla massoneria deviata.

Una macchina del fango che include anche i giornali, sempre più disinteressati all'operato di Gratteri.

Un film già visto qualche decennio fa, quando a pagare dazio furono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, giudici siciliani morti nella lotta a cosa nostra siciliana.

Secondo gli inquirenti è stato assoldato un killer per l'uccisione del magistrato calabrese, dotandolo di armi da guerra ad alto potenziale. 

Intanto il livello di sicurezza a protezione del giudice è stato innalzato ai massimi livelli anche se, onestamente, riteniamo sia più utile proteggere il nostro procuratore non lasciandolo solo, non aggiungendo maggior blindatura ad un'auto.

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